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Falcon Magazine

La realtà filtrata dallo sguardo di Vivian Maier

Ogni individuo è in grado di relazionarsi diversamente all’interno della società in cui vive, decidendo se diventare parte di essa o distaccarsi per cercare la propria identità, attraverso l’analisi di sé e della realtà circostante, arrivando a capire come manifestarla attraverso la quotidianità.
È il caso di Vivian Meier, nata a New York nel 1926, ha trascorso parte della sua infanzia e adolescenza in Francia.
Tornata negli Stati Uniti, ha lavorato come bambinaia nell’Upper West Side e nel Peter Cooper Village prima di trasferirsi a Chicago nel 1956.
In questa città ha lavorato come bambinaia, badante e governante per varie famiglie fino agli anni Novanta, coltivando sempre la passione per la fotografia. Vivian portava sempre con sé una macchina fotografica – una Rolleiflex – che lasciava poggiare delicatamente sul collo.
Nell’arco della sua vita, ha realizzato oltre centomila fotografie ma il suo lavoro è stato scoperto solo due anni prima della sua morte, quando, nel 2007, un agente immobiliare di nome John Maloof ha acquistato una scatola all’asta di un magazzino abbandonato nella periferia di Chicago.
La scatola riportava un vero e proprio archivio di immagini fotografiche, inclusi negativi, lucidi, stampe e rullini non sviluppati ma non c’era nessuna informazione sul fotografo, a parte dei pezzi di carta con il nome “Vivian Maier”.
Maloof è riuscito ad ottenere delle informazioni sulla donna solo due anni dopo, quando si è imbattuto in un necrologio per Vivian Maier, una donna che aveva lavorato per molti anni come bambinaia a Chicago. Lentamente Maloof ha iniziato a sviluppare da solo i rullini, che riportavano la data e il luogo dello scatto. Nonostante la qualità delle fotografie, è servito molto tempo per renderle note poiché la fotografa era sconosciuta, ma attraverso le prime mostre la fama di Vivian è iniziata a crescere e i critici hanno cominciato a paragonarla a fotografi famosi come Diane Arbus, Henri Cartier-Bresson ed André Kertész.

Le sue fotografie sono state esposte in gallerie e musei, e sono state pubblicate da riviste e giornali di tutto il mondo. Inoltre, nel 2013 è uscito il film intitolato “Finding Vivian Maier”, che documenta come Maloof ha scoperto i suoi lavori e la sua vita come bambinaia, attraverso interviste a persone che la conobbero, ricevendo anche una nomination per l’Oscar al miglior film documentario.
Vivian era una persona solitaria, molto riservata ma dotata di un’incredibile sensibilità, talento e senso dell’attimo. Forse è per questo motivo che ha scattato foto per tutta la vita senza mai mostrarle a nessuno.
Ha scoperto la fotografia intorno al 1949, mentre era ancora in Francia, la sua prima fotocamera è stata una Kodak Brownie, di stile amatoriale senza il controllo della messa a fuoco e nessuna ghiera di apertura, infatti ha acquistato la fotocamera Rolleiflex solo qualche anno dopo. Nel 1956, si è trasferita a Chicago, dove ha costruito una camera oscura nel suo bagno privato, ma a causa dei successivi trasferimenti e per mancanza di denaro ha smesso di sviluppare i rullini, raccogliendoli in delle scatole. Molti dei suoi scatti sono autoritratti, in cui vediamo l’artista – con la macchina fotografica al collo – lo sguardo frontale o discostato dalla scena, in cui è riflessa a volte in specchi di diverse forme e dimensioni, altre nelle vetrine della città e persino attraverso la sua ombra. Essi rappresentano una ricerca di sé stessa, della propria immagine e identità declinata in diverse sfumature, attraverso i riflessi e gli effetti di sovrapposizione creati da vetri e specchi; una pratica che oggi possiamo definire come ‘selfie’.

Attraverso la fotografia, Vivian non cerca solo di rappresentare il mondo che la circonda, poiché il suo tentativo è di mescolarsi silenziosamente tra le persone, con le loro espressioni felici, tristi o spensierate, cercando di capirne anche il comportamento, fermandosi a catturare l’attimo coglie un momento della loro quotidianità, diventando attivamente parte di esso tramite la propria figura rappresentata.
Grazie ai suoi scatti rubati, possiamo rivivere l’atmosfera delle città americane degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, caratterizzata da scene di strada, ritratti di persone, architetture interessanti e autoritratti, filtrati tramite i suoi occhi che vedono oltre la semplicità delle cose.
Nonostante la sua fotografia sia principalmente in bianco e nero, negli anni Settanta Vivian ha iniziato a scattare a colori, utilizzando pellicole Kodak Ektachrome 35mm, concentrandosi non solo sulle persone ma anche sugli oggetti trovati per strada. Il suo lavoro sul colore è diverso rispetto a quello in bianco e nero, ricorda più la classica ‘fotografia di strada’, infatti è più spontaneo e le inquadrature sono più dinamiche.
Vivian aveva la capacità di essere lì al momento giusto e catturare dettagli che gli altri non potevano vedere, come la fotografia di una donna con il viso segnato dalla rughe, che indossa un capotto rosso; una decappottabile rossa parcheggiata in doppia fila e vista da dietro, dal cui sedile posteriore spuntano margherite dai petali bianchi; o alcune persone capitate lì casualmente ma accomunate dal loro vestiario di colore giallo, che guardano verso la stessa direzione, come se la loro attenzione fosse catturata da qualcosa.

I suoi autoritratti, sono semplici, seducenti, divertenti e spiritosi, e ci dimostrano che è fondamentale fotografare se stessi, per capire come avviene il cambiamento non solo dentro di noi – in riferimento alla nostra interiorità – ma anche come avviene al di fuori – in riferimento alla nostra esteriorità ed apparenza – capendo come relazionarsi e integrarsi con il mondo circostante. Dunque, essi ci permettono di intraprendere un complesso viaggio verso la conoscenza di sé e l’esplorazione creativa di una donna di quel tempo, che trovava nella sua arte uno strumento di connessione e appartenenza verso la società che documentava insistentemente. Così lo specchio del parrucchiere, la vetrina impolverata di un negozio e l’ombra che si riflette sull’erba o su un palazzo, diventano il tentativo di raccontare una personalità multiforme.
Le immagini di Vivian Maier stupiscono per la semplicità e bellezza con cui racconta la quotidianità, sono spontanee e apparentemente poco studiate, e consentono di rivivere l’atmosfera di quegli anni attraverso l’attimo che la fotografa è riuscita a cogliere.
Molti dei protagonisti dei suoi scatti non notano la sua presenza, tuttavia alcuni fissano l’obiettivo e la guardano direttamente, a volte colti di sorpresa, con un’espressione curiosa o sorridente. Alcune foto sono ritratti intimi scattati a distanza ravvicinata, altre invece sono scattate più in lontananza per mostrare meglio l’ambiente e la scena rappresentata.
Vivian ritraeva ciò che la circondava, con la necessità di collezionare momenti della gente comune, integrandosi con essi grazie al suo occhio curioso e attento per i piccoli dettagli e le imperfezioni che caratterizzano la vita di tutti i giorni.
La sua attitudine verso la realtà, ci fa intuire che ciò conta davvero è realizzare qualcosa per se stessi, dare ascolto alla propria creatività e non assecondare l’altro.

Well, I suppose nothing is meant to last forever. We have to make room for other people.
It’s a wheel. You get on, you have to go to the end. And then somebody has the same opportunity to go to the end and so on.

Vivian Maier

I graduated in Fashion Design, Styling and Communication at NABA, Milan. Since I was a child I loved to draw and customize the clothes of my dolls. In fact, through the study of the history of art and fashion, and of artistic subjects, such as drawing and design, I have developed my interest both in art and fashion. I am a creative, precise and determined person, I love to test myself, experiment new things and face new challenges.

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