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“Dal cuore alle mani” e poi di nuovo al cuore, del pubblico

La mostra Dolce&Gabbana a Palazzo Reale di Milano come inno all’orgoglio “Made in Italy”

Estate 2018, avevo 14 anni e mi ero appena aggiudicata con orgoglio il mio Diploma di terza media. Come festeggiare in bellezza se non con una vacanza in famiglia sulle calde terre del Sud? Era una mattinata di pieno agosto, il sole di Sicilia rivendicava la sua potenza sprigionando temperature vicine ai 40 gradi centigradi e ci eravamo pertanto rifugiati, io e i miei, all’ombra del gazebo di un bar, seduti a sorseggiare spremuta a 1€, di succose arance rosse locali. “Tutto ok”, se non che da un momento all’altro mi ero ritrovata a digrignare la faccia in 20 smorfie disgustate al secondo: avevo scoperto un minuscolo vermicello rosa nella mia bibita. Ero subito entrata a lamentarmi, con lo scontento in volto, mi ero rovinata il mio momento relax. Eppure, il cameriere sembrava più scosso e provato di me: oltre a non aver fatto pagare nulla a tutta la comitiva, ha iniziato ad imbandire il tavolo a cui stavo accomodata, con doni siciliani uno dietro l’altro; cioccolata artigianale di Modica, piccoli souvenir tipici dell’isola hanno iniziato ad ingombrare, di brutto, la nostra postazione, rendendola più simile ad un altarino domestico di una qualche dea pagana piuttosto che a un tavolino da bar. “Basta che mi fai un sorriso” mi fece lui, il cameriere, con quell’accento, non “terrone”, ma di terra, genuino, legato indubbiamente alla terra del sud, la culla di molti valori “Made in Italy”. Il suo parlare così siciliano, così vero e terreno, pareva evocare quasi un dialogo, un ponte perduto tra il nostro cuore e la nostra madre patria, ospitale, calorosa e ricca d’amore e tradizione. Il sud, la Sicilia, pura rivendicazione e orgoglio della nostra arte, dei mosaici bizantini, delle granite e limoni, del nostro fatto a mano.

Questa è la vision che da 1985 (anno di fondazione dell’attività) impersona il nome di “Dolce&Gabbana”, nato dalla fusione di passioni per sartoria e fashion di Stefano e Domenico.Ed è lo stesso animo ad accogliere il pubblico al Palazzo Reale di Milano in queste settimane, abitando intere sale del museo e tramutandolo in un reame firmato Dolce&Gabbana, in onore della mostra “Dal cuore alle mani” dedicata al marchio e curata da Florence Müller. Lo stesso design della fashion exhibition, studiato ad opera d’arte, diventa un masterpiece: luci, proiezioni, suoni ad hoc per il tema di ogni sala e installazioni trasportano il visitatore in un’altra dimensione, quella della bellezza italiana, un “good trip” costellato di visioni d’Alta Moda. Ad accoglierci all’entrata, installazioni multimediali, una sorta di creazioni d’arte visuale 2.0; il messaggio qui? Probabilmente un qualcosa come “Riempitevi di speranza verso il fashion del futuro, voi che entrate”.

Ad accogliere i visitatori nella prima sala, un inno all’artigianato italiano, il Fatto A Mano. L’intero ambiente, addobbato sulle pareti con dipinti ritrattistici incorniciati dal tipico oro giallo del marchio, si propone come una trasposizione di un Grand Tour nelle botteghe artigiane di ogni regione italiana; è una celebrazione, un richiamo alle peregrinazioni d’arte dei mercanti europei nel ‘700, che già allora, ambivano ad apprendere la manualità del Made in Italy. Ogni indumento presenta tecniche, textures e materiali diversi, che variano in base alla regione evocata: ricami cangianti per Capri e le sue ceramiche, pantaloni alla pescatora, occhiali da sole da vera diva, foulard e fisciù per la villeggiatura in grande stile della Dolce Vita, ornamenti sfarzosi ispirati alle figure clericali e alle statuine sacre locali per i capi del fashion show 2016 in via San Gregorio Armeno a Napoli, e, ancora, ricami e attorcigliamenti sinuosi come “souvenir” della Puglia, con i suoi trulli, ceste intrecciate e uliveti dalle sagome nodose.

E poi c’è Venezia, la nobile città di lagune, vetro e specchi: talmente magica da meritare un’intera stanza al Palazzo Reale, secondo gli stilisti.
Da veneta, ammetto che non è difficile farsi rubare il cuore una volta approdati nella città del Leone Alato. E se ciò risulta complesso nei giorni ordinari, diventa impossibile quando la ex Serenissima la si ha vista con gli occhi di chi ha assistito alla sfilata Dolce&Gabbana 2021, Piazza San Marco. Gli abiti, contraddistinti da ricami di cristallo, resine e inserti di plexiglas, se nel 2021 avevano riflesso le onde della città dell’amore, ora, nel pieno del clima milanese, si prestano a rispecchiare l’emozione di centinaia di volti meravigliati venuti in visita.
Impreziosita e completata mediante l’installazione di lampadari e specchi, l’esposizione di questi outfit è dunque un omaggio da parte di Stefano e Domenico ai mastri vetrai di Murano. Si tratta di artigiani della Serenissima, tra cui Barbini (il fabbricante di specchi per eccellenza nel ‘700) o Barovier & Toso (marchio dell’industria vetraia, sul mercato dal XIV secolo). Da padovana, mi sono sentita a casa.

Con l’animo pieno di vetro, si procede dunque dagli specchi veneziani, verso quelli siciliani: sì, si parla del Palazzo Gangi a Palermo; nella Galleria degli Specchi in particolare, anno 1963, una giovane Claudia Cardinale, nei panni della bella Angelica Sedara, si appresta a volteggiare di fronte alle camere di Luchino Visconti. Ambientato nel pieno dello splendore siciliano, il film “Il Gattopardo, tratto dall’omonimo libro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, rimarrà per sempre un cult del nostro Bel Paese, e una breccia nel cuore, nella vision artistica dei due fashion designer.
Il dipinto felino, continua a dominare l’ambiente, questa volta nel cuore di Milano, tra le balze dell’iconico vestito che porta il suo nome, proprio come era solito fare tra le piastrelle palermitane.

Ci si muove quindi per le altre sale dedicate alla terra fisica: per esempio, quella in onore delle ceramiche realizzate dalla famiglia Bevalaqua e del celebre carretto della tradizione manuale siciliana; oppure la sala che celebra la Scala di Milano, con outfit in stile Cleopatra o Madama Butterfly.

Per arrivare poi, ad altri spazi espositivi ancora, scanditi questa volta da temi e concetti ad entità più astratta, ma ugualmente potenti, italiani. È il caso della “Devozione” allo spirito artistico, al Fashion, e all’oro giallo, elemento che a questo punto della mostra, adorna maggior parte dei pezzi della collezione. I manichini vestono la fusione tra il devoto e il sensuale, sotto la luce del Sacro Cuore, un’aura mistica che riunisce nella sua scia Alta Moda, Alta Sartoria e Alta Gioielleria. L’installazione s’incarna in un altare divino per artigiani e stilisti alla ricerca dell’Eccellenza del Lusso.
Se il diavolo veste Prada, Dio veste Dolce&Gabbana?

Purtroppo la redazione non sa dare risposta a questa domanda, però abbiamo avuto la possibilità di entrare in contatto con gli angeli, scesi dalle conchiglie di stucco del barocco bianco siculo del ‘700 per vestirsi D&G.
Potrebbe sembrare un’affermazione sull’orlo del delirio, eppure la semplicità del bianco in binomio con la complessità e tridimensionalità delle figure “scolpite”, dona all’interno un’atmosfera drammatica, tesa; accompagnati dal tocco solenne di campane clericali e adornati da cascate di velo in volto, Cherubini e Cariatidi prendono vita in bilico tra il volteggio e il pianto.
La collezione s’ispira all’arte settecentesca di Giacomo Serpotta, e ai suoi stucchi decorativi in molti edifici sacri a Palermo. I due stilisti hanno riproposto la tecnica geniale dello scultore barocco in chiave tessile: l’impatto di sabbia, gesso e calce, poi lucidato con mastice e polvere di marmo, si traduce così nell’unione di ovatta e crine di cavallo, ricoperte di seta mikado e duchesse.

In generale, questo evento ha dato l’opportunità di conoscere le “features” che più caratterizzano lo stile della maison siciliana; il nero si rivaluta esponenzialmente come colore femminile, accompagna le donne in uniforme al lavoro, in abito da gala agli eventi, e assorbe le lacrime delle mogli vedove al Sud; le indossatrici in passerella, d’altra parte, trattengono spesso un rosario tra le mani, talvolta vestite di sensuali corsetti lavorati in pizzo e veli sul volto o sul capo.

Ammirare questi dettagli assemblati tutti insieme sopra un piedistallo, mi ha rievocato le immagini del Museo del Costume Sardo di Nuoro; sicuramente la Sicilia non è la “mia” Sardegna in cui mi rifugio ogni agosto, eppure questa forza simbolica delle culture isolane del sud, travolge anche i “profani” di scarsa cultura architettonica palermitana, basta avere un piccolo frammento del Mezzogiorno nel cuore.

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