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Gli scatti senza tempo di James Perolls

Gli scatti senza tempo di James Perolls

Molti individui non riescono a fidarsi del proprio istinto, perché non credono nelle proprie capacità e hanno paura di cambiare strada, ma a volte il cambiamento è qualcosa di inevitabile, è necessario credere nei propri sogni, poiché non siamo certi di dove possano portarci, e un solo istante potrebbe mutare l’intero corso della nostra vita.
Ne è una dimostrazione il fotografo James Perolls, nato a Brighton, in Inghilterra.
Il suo avvicinamento alla fotografia di moda è iniziato solo pochi anni fa, e nonostante non abbia avuto una formazione accademica e poca esperienza lavorativa, ha sviluppato il suo incredibile talento e in poco tempo è riuscito ad affermarsi come fotografo.
La carriera fotografica non è sempre stata tra i suoi progetti, infatti ha lavorato per diversi anni presso un’azienda come stratega dei prezzi, dunque per Perolls la fotografia era in secondo piano poiché scattava ritratti alla famiglia e, agli amici solo come hobby.
La vera svolta è avvenuta con la scelta di spostarsi a Berlino, luogo dove sin da subito Perolls aveva percepito aria di cambiamento, infatti nuovi stimoli visivi gli hanno permesso di vincere la sua timidezza, iniziando a creare qualcosa di nuovo, ossia quello che avrebbe sempre voluto fare.
Una caratteristica particolare e poco nota di James, è che soffre di una forma di daltonismo chiamata Deuteranopia grave, che limita la gamma di colori che non riesce a vedere. Infatti non riesce a capire la differenza tra verdi, gialli, arancioni, rossi, blu, viola.
Sembra un paradosso che un fotografo sia daltonico, ma nonostante ciò non si è arreso e ha perseguito il suo obiettivo, creando un suo stile personale, ossia la sua estetica fotografica basata su come vede realmente le cose nella sua mente.

Le sue fotografie comunicano un senso di naturalezza e spontaneità, anche se in realtà c’è un attento studio dietro ad ogni posa e ambientazione, infatti James presta molta attenzione ai dettagli, perché tutto deve essere in armonia valutando anche l’illuminazione e le varie angolazioni, assicurandosi che ogni elemento nell’inquadratura sia presente per un motivo.
Secondo Perolls, è importante capire la personalità dell’altra persona, sia che stia creando un ritratto o la raffigurazione di un personaggio per un editoriale, in modo tale da farla sentire a proprio agio, così da creare un’immagine più autentica e naturale. Infatti il linguaggio del corpo e le espressioni del viso possono stabilire l’intero ‘stato d’animo’ della fotografia. “Come uomo, non sarò mai in grado di sperimentare il legame che le donne hanno tra loro, ma sono sempre stato attratto dalla creazione di storie sui personaggi femminili“, dice James Perolls. “Sin da quando ero bambino, mi sono sempre sentito più vicino alle donne che agli uomini, e questo accade nella maggior parte del mio lavoro.
Perolls, fotografo autodidatta, ha lasciato il segno negli ultimi anni attraverso commissioni di moda per grandi magazine tra cui Vogue Italia, i-D Magazine, Dazed and Confused Korea, British Journal of Photography, Elle UK, New York Magazine, e brand tra cui Gucci, Red Valentino, Urban Outfitters e tanti altri.
Nel 2019, ha pubblicato il primo libro ‘Sunnyside’, una collaborazione con l’illustratrice Tallulah Fontaine e lo stylist Yeon You, intimo amico e collega di Perolls. Gli scatti, sono ambientati durante l’estate alla fine degli anni Ottanta in California, e raccontano la storia immaginaria delle due sorelle Evelyn e Violet Appleby, che devono far fronte alla perdita dei loro genitori, condividendo sentimenti diversi come l’amore, la tensione e il dolore.
Le sorelle si rendono conto che devono mettere da parte le loro differenze per ricostruire la loro relazione.

Perolls crea un contrasto tra le immagini, mostrando attimi di vita quotidiana, dall’atmosfera calda e giocosa, che comunicano spensieratezza, alternati a momenti di tensione, noia e apparente complicità che si contraddistinguono con un’atmosfera più scura e cupa. Questo contrasto è reso tale non solo dalla differenza di luce, e dalle pose ma anche dagli abiti, che da una parte sono colorati e luminosi, mentre dall’altra sono privi di colore e si uniformano all’ambientazione.
Solitamente nelle sue fotografie di moda, scatta in spazi all’aperto anonimi, separati da qualsiasi allusione al tempo o al luogo, ma in questo caso, le fotografie sono legate a un contesto intimo e familiare, e si riferiscono all’ambiente domestico.
Le sue fotografie comunicano un senso di naturalezza, ma anche quotidianità proprio perché sono legate alle emozioni personali, come i ricordi d’infanzia, così come i sentimenti verso la vita.
Perolls ha la capacità di interagire con i suoi soggetti, creando dei ritratti intimi e profondi, che rivelano un senso di purezza e genuinità, dove ogni storia, è costruita nei minimi dettagli, in una perfetta armonia tra il soggetto e l’ambiente, in cui le pose e le espressioni catturano nell’immediato l’attenzione dello spettatore, che a volte si sente osservato poiché il soggetto gli rivolge lo sguardo. Questi elementi, appartenenti alla sua estetica si legano anche alla scelta degli abiti in un mix tra old fashioned e contemporaneo, e conferiscono ancora di più un senso di appartenenza all’interno della storia, sia da parte dei soggetti rappresentati che dallo spettatore.
Ogni scatto, è caratterizzato da un’atmosfera calda e velata, dove non riusciamo a capire la reale collocazione in termini di tempo e spazio, infatti ognuno di questi sembra appartenere a un tempo lontano ma allo stesso tempo vicino, come se stessimo vivendo tra passato e presente, dove ogni momento è immenso e senza tempo.

Il tempo non esiste, è solo una dimensione dell’anima. Il passato non esiste in quanto non è più, il futuro non esiste in quanto deve ancora essere, e il presente è solo un istante inesistente di separazione tra passato e futuro.

Sant’Agostino

Man Ray: la fotografia come arte

Man Ray: la fotografia come arte

Ogni epoca è caratterizzata da artisti di spicco, figure poliedriche e allo stesso tempo emblematiche, che con la loro visione artistica si sono contraddistinte nel tempo.
È il caso di Man Ray, un artista eclettico e ironico, precursore del dadaismo e del surrealismo tanto che la sua fotografia viene considerata ancor oggi, come il punto di incontro tra i due stili.
Emmanuel Radnitzky, in arte Man Ray, è nato a Philadelphia, nel 1890, da una famiglia di immigrati russi di origine ebraica. È noto soprattuto come fotografo per le sue sperimentazioni fotografiche ma è stato anche un pittore, grafico e regista. È cresciuto a New York, dove ha studiato architettura, rifiutando una borsa di studio per dedicarsi alla pittura.
Nel 1912, ha iniziato a firmare le sue opere con lo pseudonimo Man Ray, che significa ‘uomo raggio’.
Man Ray, acquista la sua prima macchina fotografica nel 1914, con l’intento iniziale di fotografare le sue opere d’arte, per poi fare della fotografia uno dei suoi strumenti principali di comunicazione. Nel 1915, il collezionista Walter Arensberg lo presenta a Marcel Duchamp, di cui diverrà grande amico, infatti i tre fondarono la Society of Independent Artists, eseguendo quadri, assemblaggi e sperimentando varie tecniche artistiche.
Nel 1921, si trasferisce a Parigi, entrando a far parte dei circoli parigini dada e surrealisti di artisti e scrittori, con l’obiettivo di sperimentare liberamente con diversi media, compresa la fotografia. Man Ray cerca di creare dei paradossi visivi, mettendo in discussione ciò che è d’uso comune. Una delle sue opere più famose è Cadeau – esposta presso la Librairie Six di P. Soupault – un ferro da stiro in ghisa a cui l’artista ha incollato 14 chiodi sul fondo, rendendolo inutilizzabile poiché lacererebbe ogni cosa. L’oggetto ha perso la sua funzione primaria per diventare altro, dunque lo spettatore non è più certo di ciò che vede, infatti l’artista modifica la funzione dell’oggetto – ossia qualcosa di concreto – creando un’alterazione attraverso la fotografia – che solitamente tende a riprodurre la realtà -, privilegiando un uso inedito del procedimento fotografico.

In questo periodo, Man Ray produce i suoi primi fotogrammi, inventando una tecnica – in realtà scoperta casualmente – che chiama ‘rayographs’, ovvero immagini fotografiche ottenute poggiando degli oggetti direttamente sulla carta sensibile.
Questo termine, si riferisce anche al disegno luminoso, e alla possibilità di esaltare il carattere paradossale e inquietante del quotidiano, infatti grazie a questa tecnica l’artista otteneva delle immagini deformate, che apparivano quasi in rilievo sul fondo nero. Le sue immagini spaziano da ritratti con soggetti come Lee Miller – che è stata la sua musa, amante ed assistente -, Meret Oppenheim, Marcel Duchamp vestito come il suo alter-ego femminile Rrose Sélavy, a fotogrammi a raggi x di oggetti quotidiani. Man Ray scoprì accidentalmente anche la tecnica della solarizzazione, ottenuta velando il negativo con un piccolo colpo di luce prima di terminare lo sviluppo.
Il colpo di luce della solarizzazione mette in evidenza i contorni sconfinando in un effetto grafico, ottenendo una combinazione fra disegno e fotografia. Parallelamente alla sua ricerca artistica, inizia a realizzare servizi fotografici per riviste di moda come VogueVanity Fair e Harper’s Bazaar, lavorando con alcuni dei più grandi couturier del primo Novecento, come Elsa Schiaparelli vicina all’arte surrealista, e Paul Poiret, grazie al quale le donne riuscirono a liberarsi dai corsetti e dai tessuti rigidi. Nelle foto di moda, Man Ray porta la sensibilità e l’originalità delle sue sperimentazioni artistiche, con un’estetica innovativa e avanguardista, fatta di inventiva tecnica e umorismo. Il successo parigino di Man Ray è dovuto alla sua abilità come fotografo, soprattuto ritrattista, infatti fotografò intellettuali, artisti e personaggi famosi, come James Joyce, Gertrude Stein, Peggy Guggenheim, Jean Cocteau e molti altri. Vanity Fair fu la prima rivista a pubblicare i suoi ritratti nel 1922, seguiti da lavori pubblicitari per Vogue Paris sino al 1928.

Successivamente, negli anni Trenta, Man Ray firma un contratto con Harper’s Bazaar, creando le immagini più iconiche dell’epoca, come quelle realizzate con gli abiti di Elsa Schiaparelli.
Secondo Ray, la moda è legata all’arte visiva, infatti nel suo percorso di ricerca, adotta anche nelle fotografie di moda il processo sperimentale della solarizzazione. Negli ultimi anni della sua vita, Man Ray fece spesso ritorno negli Stati Uniti, per un periodo insegna fotografia e pittura in un college, ed espone in varie mostre le sue fotografie, inoltre nel 1975 espone anche alla Biennale di Venezia.
Man Ray, è stato uno dei principali esponenti delle avanguardie artistiche, e ha cambiato radicalmente la visione della fotografia e dell’arte.
Ogni cosa da lui prodotta, si lega a una continua ricerca sperimentale, portando con sé sempre un po’ di ironia. Il suo obiettivo è privilegiare il processo e non l’oggetto in sé, dunque non il fatto ma il fare. È riuscito ad apportare innovazioni tecniche ed estetiche nell’arte figurativa, occupandosi di pittura, scultura, cinema e in particolare della fotografia, cercando di non uniformarsi mai ai mezzi espressivi tradizionali, per lasciare la sua impronta nel mondo.
La sua fotografia è sperimentale, disorientante, e fuori dagli schemi.
Man Ray ha saputo imporsi nella sua epoca, creando il suo stile e cercando di portare sempre qualcosa di nuovo, che si potesse contraddistinguere da qualsiasi altra forma d’arte. Ha saputo osare, andare oltre i canoni del tempo, portando l’individuo ha chiedersi cosa ci fosse di certo in ciò che in realtà conosceva sin dalla nascita.
Il suo obiettivo non è solo quello di creare qualcosa di innovativo ma anche di fare affiorare nella mente di ognuno di noi nuovi concetti ed elementi, in modo tale da guidarci verso una nuova visione dell’arte così come della vita quotidiana, arrivando a una profonda riflessione tra l’io e l’ambiente circostante, mettendo in discussione ciò che è tangibile dal resto.

Dipingo quello che non posso fotografare, fotografo quello che non voglio dipingere.

Man Ray

Herb Ritts, i suoi scatti di moda.

Herb Ritts, i suoi scatti di moda.

“For me, a portrait is something from which you feel the person, their inner quality, what it is that makes them who they are.”

Ciò che ha reso Herb Ritts così celebre e ricercato, è il fatto che le sue fotografie non sono statiche, non descrivono e basta, esse raccontano e trasmettono delle emozioni.

Attraverso l’obiettivo egli è riuscito a immagazzinare l’anima dei suoi soggetti, è andato oltre la loro immagine convenzionale per indagarne la vera essenza.

Credo che la gente vada in cerca di immagini che comunicano sentimenti“, ha dichiarato.
Herb non ha dunque fatto altro che soddisfare i bisogni della gente, ha dato loro ciò che volevano: emozione e sentimento.

Infanzia

Nato a Los Angeles, California, il 13 Agosto 1952 da una facoltosa famiglia ebrea che tuttora possiede un’azienda di mobilia tra le più rinomate di Los Angeles, la Ritts Co., Herb era il più grande dei quattro figli.

Herb ottenne la sua prima fotocamera, una Kodak, a dieci anni da suo padre per Natale.
Passò la sua adolescenza tra studi d’arte ed economia alla prestigiosa University High School e tentativi di sfondare nel mondo del rock.

Nel 1974 conseguì la laurea al Bard College a New York e tornò a Los Angeles per lavorare come rappresentante nell’azienda di famiglia.
Fu in quel periodo che Herb fece coming out dichiarando alla sua famiglia la propria omosessualità. I suoi genitori divorziarono verso la fine degli anni ‘70.

Carriera

In questo periodo Ritts cominciò a prendere lezioni di fotografia, seguendo alcuni corsi serali, decidendo di dedicarsi all’arte. Iniziò successivamente a fotografare i suoi amici.

La sua prima occasione si presentò nel 1978 quando scattò delle foto all’amico attore Richard Gere durante una gita nel deserto di San Bernardino: Herb e Richard si fermarono in una stazione di servizio per cambiare una ruota forata e mentre Richard sostituiva la ruota Herb scattò delle foto sensuali all’attore in jeans e canottiera con le mani sulla nuca e la sigaretta che pendeva dalle labbra.

Le foto vennero usate per promuovere il film American Gigolò del 1980 e riscontrarono successo a livello nazionale grazie alle copertine di molte riviste.

Durante tutti gli anni ‘80 e ‘90 Ritts riuscì a imporsi definitivamente sulla scena mondiale creando un nuovo glamour femminile e per la prima volta uno tutto maschile presentando uomini palestrati in pose plastiche che si ispiravano alla scultura della Grecia classica e alle riviste di fitness e culturismo degli anni ‘50.

Questa novità ha fatto la fortuna di stilisti come Gianni Versace e Giorgio Armani e portò Herb nell’olimpo della moda e della fotografia ed il suo stile diventò ricercatissimo.

Nei suoi nudi maschili predominavano i temi della bellezza e della forza, e in qualche occasione anche dell’omosessualità con scene d’amore e di romanticismo, senza mai apparire volgari.

Ritts fu il fotografo del prestigioso Calendario Pirelli nel 1994 e nel 1999.

Introduzione critica

Lo stile di Ritts si potrebbe quasi definire intimistico: è infatti contraddistinto dalla caratteristica ricerca di un’immagine fortemente rappresentativa dell’essenza della persona ritratta.

Benché si tratti spesso di celebrities, Ritts ne riesce a cogliere e sottolineare le qualità nascoste, quelle che più denotano l’anima del soggetto ritratto, l’interiorità, che le rende persone oltre che volti noti. Nei suoi scatti si identifica una chiara scelta espressiva del bianco e nero, fuso con un sapiente uso della luce che si staglia su corpi spesso nudi, accarezzandone la fisicità e sottolineandone la posa, con chiari richiami alla classicità Greca che però non risultano mai emulazioni del passato.

Strong and Shape

Models:
Tatjana Patitz

US Vogue May 1987.

Herb Ritts mostra la donna sportiva, come una figura piena di sé in pose elastiche, una novità data dal fatto che in quegli anni anche la figura femminile inizia a fare sport e nascono i primi costumi da bagno.

Black is Beautiful

Models:

Tatjana Patitz
Cindy Crawford

Vogue Paris May 1988

Dal titolo dell’editoriale, viene chiarito il fatto che gli scatti saranno presentati in bianco e nero, in modo da mettere in luce l’innocenza delle due modelle, che vengono fotografate in nudo, ma tendono comunque a coprirsi, mostrando la loro innocenza.

Tim Walker: tra sogno e realtà

Tim Walker: tra sogno e realtà

Il sogno e la realtà ci consentono di distinguere un momento immaginario e impalpabile da uno concreto.
Secondo Freud, il sogno è la realizzazione di un’allucinazione che si ha durante il sonno, di un desiderio rimasto inappagato durante la vita diurna.
E nel sogno, i pensieri vengono trasformati in immagini.
L’immaginazione è un pensiero che viene elaborato dalla parte più profonda dell’individuo, ed è legata a un’esperienza sensoriale, come per esempio l’influenza di uno stato emotivo o affettivo. Infatti, le emozioni agiscono sull’immaginazione creando una serie di immagini che possono tramutarsi in realtà.
Questi concetti, si accostano alla visione di Tim Walker, nato a Londra, in Inghilterra, nel 1970, uno dei nomi più rilevanti della fotografia di moda contemporanea. Il suo interesse per la fotografia è iniziato quando era ancora un ragazzo, lavorando all’archivio di Cecil Beaton, presso la biblioteca londinese di Condé Nast. La sua forte passione è diventata presto un lavoro, infatti dopo il college ha iniziato a lavorare come assistente fotografo freelance a Londra, per poi spostarsi a New York come assistente nello studio del celebre fotografo di moda Richard Avedon.
Tornato in Inghilterra, all’età di 25 anni, viene notato dalla celebre rivista Vogue, che diventa il suo trampolino di lancio, arrivando presto a collaborare per i principali magazine internazionali di moda come W, LOVE, Another e i-D.
In poco tempo è riuscito a firmare le campagne pubblicitarie di moltissimi brand di moda tra cui Gucci, Comme des Garçon, Yohji Yamamoto e Mulberry. Inoltre, nel 2018 è stato scelto per fotografare il Calendario Pirelli, realizzando degli scatti ispirati al tema di Alice nel Paese delle Meraviglie.

La sue fotografie raccontano il suo immaginario, sospeso tra sogno e realtà. Questa sospensione tra due mondi è al centro dell’estetica di Walker, che sostiene che “nel fantastico c’è verità.
Tim, spesso prende ispirazione semplicemente da un oggetto, il fotogramma di film o una poesia, cercando di fare coesistere cose molto diverse insieme, e raccogliendo ciascun elemento all’interno del suo quaderno.
Oggi come allora, Tim è attratto dall’individualità e dall’unicità delle persone, infatti crede che ogni individuo abbia qualcosa di unico e diverso dall’altro, per questo le sue fotografie, da sempre mostrano un’idea di bellezza caratterizzata da infinite forme. In questi anni ha scattato figure iconiche come Kate Moss, Edie Campbell, Tilda Swinton, Claire Foy e Cate Blanchett, tra i tanti.
Inoltre, riesce ad instaurare un rapporto profondo con le persone dall’altra parte della lente, entrando in sintonia con chi ha davanti, tanto che diventano un’estensione della macchina stessa.
Il fotografo immagina una vita parallela, che paradossalmente viene riflessa attraverso lo specchio presente all’interno della sua macchina fotografica, e allo stesso tempo si manifesta nella realtà attraverso lo scatto. I personaggi delle sue fotografie, vivono in un mondo a metà tra la fantasia e la vita reale, spesso collocati in ambientazioni stravaganti e oniriche, con sfumature tra il gotico e il surreale, che si coniugano perfettamente con gli abiti e le acconciature.

I suoi scatti ricordano il surrealismo, in un viaggio tra sogno e realtà che si concretizza in set articolati e abiti scenografici, ma nonostante le sue foto risultino surreali, ogni storia riesce ad essere credibile poiché non usa nessuna manipolazione digitale. Infatti, una particolarità delle sua tecnica fotografica è che scatta solo in pellicola, e non usa la post-produzione poiché trova necessario che ogni cosa debba stare davanti al suo obiettivo, in tempo reale.
Tim Walker si sforza di rimanere bambino, per vedere da una parte le cose belle che ci circondano e dall’altra anche quelle orribili. Le sue ambientazioni sono set fantastici e surreali che si ispirano ai ricordi, ai sogni e all’arte, dove riportano elementi fiabeschi dalle dimensioni giganti come bambole, cigni e palloni, che accosta ai personaggi che hanno un’espressione a volte sognante e altre spaventata.
Ogni scatto è caratterizzato da una cura quasi ossessiva per i dettagli, attraverso un’analisi approfondita del suo immaginario e dell’imponente processo creativo, infatti Walker studia ed elabora ogni singolo pezzo del ‘puzzle’, poiché ognuno di questi deve rispecchiare la sua visione, per ricomporre la storia.
Le sue fotografie sono come un sogno ad occhi aperti, dove non riesci più a distinguere la fantasia dalla realtà, mostrando una poetica e una sensibilità inconfondibilmente sua. Walker ci insegna a rendere libera la nostra immaginazione poiché i sogni possono diventare realtà.

There is truth in fantasy. Sometimes more truth than in reality.

Tim Walker

Marcus Oakley nella sua immaginazione

Marcus Oakley nella sua immaginazione

“Sono davvero interessato alla sovrapposizione sfocata e nebbiosa dell'illustrazione in Arte e Design, imparando continuamente che il disegno ha il potenziale per essere qualsiasi cosa e interpretato in qualsiasi cosa. Pensiero costante e più pensiero, sogni ad occhi aperti e fantasioso andare alla deriva, fare e più fare, disegnare e ancora più disegnare.”

Originario di Norfolk, una contea costiera nel sud-est dell’Inghilterra, ora vive e lavora a Dunfermline, Scozia.

Ha lavorato a una vasta gamma di progetti nel corso degli anni, dalle illustrazioni di libri ai prodotti, al design tessile e all’imballaggio.

Ma Marcus Oakley ama la fisicità del disegno e il processo in cui un’idea nella sua immaginazione viene finalmente materializzata attraverso l’illustrazione.

Si è laureato in Arte e design al Camberwell College of Art nel 1996.

Dopo aver trascorso alcuni anni come designer per Paul Smith, Marcus ha deciso di intraprendere una carriera nell’illustrazione.

Ha lavorato per Vans, Air France Magazine, Exit Press, Christmas Journey e Lazy Oaf.

Il lavoro di Marcus Oakley è ispirato a molte cose, sia retrospettive che contemporanee. Le sue influenze provengono dall’ascolto di musiche folky, armoniche e melodiche di ogni genere, come quella prodotta dai Beach Boys; dall’apprezzamento dell’ambientazione pastorale e folcloristica della campagna e delle varie bestie ed esseri umani eccentrici che la abitano; le gioie del ciclismo; gli stimoli del tè; le vertiginose geometrie dell’architettura e del design e soprattutto le meraviglie del fare cose.

Ha un modo molto specifico di approcciare le cose, disegna frequentemente dei soggetti e i motivi che utilizza nei suoi lavori sono sempre i medesimi, possiamo notare assiduamente gufi o piante, i Beach Boys o blocchi astratti.

Durante la permanenza nel Lake District in cui Nic Burrows di Nous Vous ha realizzato per Marcus e altri suoi amici una residenza chiamata ‘Natives’, l’artista ha creato degli incredibili acquerelli con l’immagine del luogo in cui alloggiavano quei giorni, che confessò di non aver mai fatto prima.

Il lavoro che produsse insieme agli altri creativi divento quello di una sorta di Diario. Tutti furono sorpresi nel veder lavorare Marcus seduto nel suo studio ad ascoltare i Beach Boys a ripetizione, completamente ossessionato, e a bere tè. Le culturiste femminili, di tanto in tanto compaiono nel suo lavoro.

Fu in questa occasione che venne soprannominato ‘The Master’.

Questi disegni sono un modo per registrare il mio tempo e i miei ricordi di vari paesaggi e luoghi, da gite esplorative di un giorno, vacanze e osservazioni quotidiane sui giardini. Raffigurando tutto, dalle abitazioni della metà del secolo ai laghi e le montagne, mi interessa l’ambiente costruito come tanto quanto la campagna. Sono davvero attratto dall’architettura modernista, brutalista e postmoderna, inclusi residenziale, commerciale, uffici e municipalità. Il disegno è un modo per connettere, comprendere e apprezzare questi edifici. Vivo in Scozia, sono fortunato avere un facile accesso a colline, montagne e coste, questi paesaggi sono così stimolanti, specialmente le montagne. Sono cresciuto nelle pianure del Norfolk, quindi trovo le montagne qualcosa di piuttosto magico e potente.” 

Marcus Oakley insegnava illustrazione a Bournemouth, ma quando si trasferì ad Edimburgo qualche anno fa chiese ad un suo caro amico di sostituirlo e così fece.

Ora si dedica all’illustrazione per sé stesso e per il suo pubblico.